Saranno gli autonomisti a salvare il Friuli?

Una quarantina di sigle, tra associazioni, comitati e movimenti di variegata estrazione e seguito si definiscono, oggi, Autonomisti, indipendentisti o friulanisti.

Un osservatore esterno potrebbe pensare a rappresentanze che perseguono fini differenti (altrimenti come spiegare tanta varietà!). In realtà, tranne alcune eccezioni, la maggior parte dei movimenti perseguono finalità comuni, quali: la difesa dell’identità (dalle tradizioni alla lingua) e del territorio. Nonostante gli statuti delle varie associazioni si prefiggano, molto spesso, il medesimo fine, le modalità di come raggiungerlo presentano differenti sfumature spesso dettate dal personalismo dei rispettivi “condottieri”, che diventano così il principale ostacolo all’unità d’intenti.

E’ necessario rifarsi alla storia del Friuli, costellata di egoismi e lotte fratricide, per comprendere meglio il presente. Storici egoismi che, ai giorni nostri, hanno portato ad un governo “Trieste-centrico” della Regione. Insomma, avere vedute differenti per risolvere il medesimo problema è nei “geni” dei Friulani.

Tant’è, che il Friuli ha vissuto il periodo di maggior splendore quando è stato governato da forescj (stranieri).

Il miglior risultato elettorale ottenuto alle Regionali da un movimento autonomista è stato 5,08% (Movimento Friuli, 1968). Possiamo facilmente intuire quale possa essere il risultato elettorale “autonomista” nella odierna frammentazione. Dal 1998 gli “autonomisti” non sono più riusciti a far eleggere alcun consigliere regionale. Peggio: nel 2003, 2008, 2013 (in ordine sparso) non sono riusciti neanche a raccogliere le firme necessarie per la presentazione di proprie liste. Non è un caso, pertanto, che oggi il Friuli sia l’unica minoranza linguistica europea a non avere un vero e proprio movimento politico espressione del proprio territorio.

Saranno quindi altri a salvare il Friuli?