Un monito per tutti, la storia delle Hawaii

La nostra identità, già indebolita dall’italianizzazione e più recentemente dalla globalizzazione, ora sembra essere messa a rischio anche dall’immigrazione.

Noi friulani, dopo essere stati a lungo un popolo di migranti, oggi, un pò disorientati, viviamo l’arrivo di nuove Genti.

Purtroppo, non sappiamo integrare.

Integrare (dal latino integrum) significa “rendere completo”, colmare una “mancanza”. L’integrazione tra culture differenti consiste quindi nel dare quello che manca, ciò quello che è necessario per diventare “simile a noi”. Purtroppo, non sapendo più bene “chi siamo” invece di integrare, ospitiamo. Non è mera questione di termini: si tratta di due prospettive molto differenti. L’integrazione configura il processo di assimilazione; l’ospitalità, invece, configura un rapporto di convivenza. L’origine comune dei termini “ospitalità” (hospes) e “straniero” (hostis) ci fa pensare ad una certa intercambiabilità, nel senso che colui che è hospes è sempre anche hostis, cioè si trova nella condizione di diventare egli stesso “straniero”.

La storia del Popolo delle Hawaii, qui brevemente descritta, è da monito alle nuove generazioni.

Erano i primi secoli dopo Cristo; in Friuli l’impero romano si stava lentamente disgregando. Molto più lontano e precisamente nell’oceano Pacifico del sud, alcune canoe provenienti dalla Polinesia raggiungevano per la prima volta le coste di alcune splendide isole che oggi conosciamo come le Hawaii. Solo intorno all’anno Mille, le isole furono raggiunte e conquistate dai Thaitiani. Dalla fusione di quest’ultimi con le genti autoctone si sviluppò una nuova cultura, quella hawaiana, che si consolidò nel tempo anche grazie ad un lungo isolamento. L’arcipelago era retto da una monarchia ereditaria che vide il succedersi di molti re e regine tra cui Re Kamehameha che ebbe il merito di unificare tutte le isole in un solo Regno.

Quando nel 1778 il primo europeo (il capitano James Cook della marina inglese) raggiunse le Hawaii, le isole erano abitate da ben 400mila persone. Solo nel 1821, arrivarono i primi missionari americani, seguiti da commercianti ed avventurieri. In pochi anni i nuovi cittadini diventarono proprietari di grandi estensioni di terreno, molti dei quali acquistati dai nativi, altri entrati nella disponibilità degli stranieri grazie a matrimoni con le donne più ricche del luogo. Venne quindi introdotta la coltivazione della canna da zucchero, che divenne presto un investimento assai redditizio per i nuovi imprenditori.

Il potere locale non diede molta importanza all’intraprendenza degli stranieri in quanto non veniva intaccata la principale e tradizionale risorsa: la pesca. Nel frattempo, attratti dalle nuove tecnologie importate dagli stranieri, i figli dei nobili cominciarono a frequentare con interesse le scuole dei missionari e ben presto abbandonarono le antiche tradizioni per abbracciare gli usi e costumi dei nuovi arrivati.

Purtroppo la loro proverbiale ospitalità spingerà il Popolo hawaiano ad una lenta ma inesorabile “fine”.

In pochi decenni la popolazione nativa diminuì drasticamente. A causa della diffusione di malattie come il morbillo e la sifilide, introdotte da americani ed europei, nel 1878 erano rimasti solamente 44mila indigeni. Il consistente spopolamento spinse i proprietari delle piantagioni a cercare manodopera agricola al di fuori dall’arcipelago. Furono così reclutati operai cinesi, poi giapponesi, portoghesi, portoricani, coreani ed infine filippini. In pochi anni la cultura tradizionale hawaiana scomparve, soppiantata da una nuova società multi-etnica.

Nel 1887 re Kalakaua fu costretto a trasferire buona parte del suo potere ad un gabinetto di governo. Quattro anni dopo morì e sua sorella Liliuokalani salì al trono. La regina assunse il potere a ridosso di una forte crisi economica determinata dalla revoca di un trattato del 1875 che esentava il pagamento di dazi commerciali con gli Stati Uniti. Liluokalani cercò di ripristinare il potere della monarchia denunciando la distruzione della cultura locale e i forti disagi sociali per la popolazione nativa. Era però troppo tardi: i nativi erano minoranza ed il potere economico in mano a stranieri. Cittadini di origini americane ed europee ma anche alcuni nativi, con un colpo di stato, presero il controllo del Regno. La regina fu costretta ad abdicare e le Hawaii consegnate ad un governo provvisorio che si costituì in Repubblica (Repubblica delle Hawaii, 1893). Nel 1898 l’arcipelago fu annesso agli Stati Uniti diventando poi, nel 1959 (con un referendum ancora oggi contestato dalla popolazione nativa), il cinquantesimo Stato americano.

Oggi le Hawaii sono una delle più ambite mete turistiche del mondo, dotate di numerose località di soggiorno, campi da golf e centri commerciali. La lingua ufficiale è l’inglese arricchita da parole hawaiane e particolari modi gergali, conosciuti come pidgin, una sorta di inglese semplificato in uso tra gli immigrati.

La lingua indigena è parlata da solo 2mila persone (Fonte Unesco) così come pochi sono i nativi rimasti, circa il 9% della popolazione (Fonte Governativa), minoranza spesso emarginata.

Chi vuole intendere, intenda.